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16 maggio 2018

Dai miei versi " Di Te ... "

 

( Al mio caro figlio Christian )

Di Te

Il pensiero di te,

vive nella tormenta;

penetra nel segreto della conoscenza,

vive la tua esistenza.

E ... come gabbiano che sorvola

acque azzurre

d’un mare calmo

in cerca del nutrimento dei suoi piccoli ...

così ... io ... con le ali spiegate

tento voli nell’assoluto

in cerca d’infiniti spazi,

dove tu possa aver trovato ...

nel segreto dell’universo ...

il sereno dell’ultima vita.

 

Salvatore Casales

 

                                                       copyright

 


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30 ottobre 2017

IL POTERE AI MAESTRI DI VITA

 

La legge dei maestri

Nella legge dei maestri …
Non c’è grida … non c’è odio … non c’è censura.
Trova bando l’arroganza del potere,
emerge la legge del dovere …

Nella legge dei maestri
non c’è l’ uso del dissenso,
si vuole l’esigenza dell’esempio
racchiuso nella chiave del silenzio.

Nella legge dei maestri …
emerge la rivoluzione della mente
che allontana il conflitto dall’angoscia,
che sfocia nel sereno dov’ è madre la tolleranza.

Nella legge dei maestri? ... … …
C’é un lume sempre vivo
che indica al viandante il fine della … via …
dov’è deposta, dei saggi la pietra, al centro della terra.


Salvatore Casales
?


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30 agosto 2017

NOTIZIARIO DEL COMPASSO : LA CULTURA NEGAZIONISTA DELLA POLITICA CONTRO CHI E' MASSONE.

 

Città di Castello, il consiglio comunale respinge la mozione sulla dichiarazione di appartenenza alle società segrete

Città di Castello, il consiglio comunale respinge la mozione sulla dichiarazione di appartenenza alle società segrete
Respinta con 6 voti favorevoli (Castello Cambia, Tiferno Insieme, Fratelli d’Italia, La Sinistra), 2 astenuti (Lega Nord e Movimento Cinque Stelle) e i 13 contrari la mozione presentata dal gruppo consiliare “Castello Cambia”, nel consiglio comunale di lunedì 28 agosto “che il sindaco, i consiglieri comunali, i presidenti, gli amministratori e i componenti gli organi di controllo di società pubbliche, società a partecipazione pubblica, enti di diritto privato in controllo pubblico, dichiarino la loro eventuale appartenenza a società segrete o riservate, nonché a logge di qualsivoglia corrente della massoneria locale, regionale, nazionale e internazionale”. Nel documento, Bucci e Arcaleni, precisano di “ritenere moralmente ed istituzionalmente in contrasto il governo e l’amministrazione della cosa pubblica con l’appartenenza ad associazioni che comportino un vincolo di segretezza o comunque a carattere riservato, ovvero che comportino forme di mutuo sostegno, tali da porre in pericolo il rispetto dei principi di uguaglianza di fronte alla legge e di imparzialita’ delle pubbliche istituzioni, nel rispetto delle leggi, dell’articolo 18 della Costituzione Italiana, della legge 25 gennaio 1982, del decreto legislativo 14 marzo 2013 numero 33, della determinazione numero 8 del 2015 dell’Anac e in coerenza con lo statuto del comune di Città di Castello”. Leggendo l’articolo della norma che vieta le associazioni segrete, il consigliere di Castello Cambia Emanuela Arcaleni le ha definite in contrasto con la legge come quelle che prevedono un vincolo e una riservatezza. “Lo statuto di questo comunale, all’articolo 34, lo ribadisce, ne chiediamo il rispetto integrale. Non abbiamo niente contro queste associazioni, neanche contro la massoneria ma vogliamo che sia dichiarata e resa pubblica l’appartenenza”. Vincenzo Tofanelli, presidente del Consiglio comunale, ha dichiarato che “tutti gli assessori e i consiglieri, meno due, hanno depositato la dichiarazione”. “I dati associativi nel Codice della privacy sono sensibili e sottoposti a tutela” ha spiegato il segretario comunale Bruno Decenti “Noi abbiamo preso a riferimento altri enti: abbiamo chiesto al Garante un parere e sospeso la pubblicazione. L’esperienza di Firenze ci dice che sia proporzionato esporre la propria appartenenza perché chi esercita una funzione pubblica suscettibile di un controllo dell’elettorato. Aspettiamo il parere per non esporre l’ente ad una sanzione anche pesante. La proposta è di pubblicare i dati solo di chi lo richieda”. Andrea Lignani Marchesani, capogruppo di Fratelli d’Italia, partendo dalla privacy, ha detto che “prevedeva tre campi, opinioni, stato di salute, orientamenti sessuale. Oggi è superata. L’opinione politica non è un dato sensibile in consiglio comunale. La legge Severino ha spinto verso situazioni folli: sono perseguiti dal punto di vista penale i traffici di influenze. La Camera delle corporazioni ha trovato un’ appendice nel Cnel ma soprattutto negli assetti parlamentari, dove venivano elette quote dalla Cia o da Coldiretti. L’appartenenza alla Massoneria è stata associata ad alcune ideologie, piduismo e golpismo di destra. Ma Giuseppe Garibaldi era massone e anche alcuni dei Savoia, Mazzini lo era. La trasparenza è importante ma oggi la gestione della Sogepu cambierà se verrà sancito che i suoi rappresentanti fanno parte di una loggia massonica? Facciamo attenzione affinché un modello che è costato quattrini, l’organismo di Vigilanza sia non solo un esimente giuridico. Dobbiamo vigilare che i protocolli di questo modello siano rispettati. Altrimenti andiamo verso lo Stato etico: sbagliamo se pensiamo che la massoneria e l’Opus abbiano natura diversa, che i clubs di servizio non mettano in relazione i propri membri. Bene la trasparenza ma stiamo attenti: le mani sulla città, ammesso che ci siano, sono figli di un trasversalismo che nulla hanno a che fare con l’appartenenza. D’accordo con l’ipotesi prospettata dal segretario”. Giovanni Procelli, consigliere della Sinistra, ha detto “sono usciti elenchi delle associazioni segrete ma che cosa è accaduto ai suoi membri? La massoneria è stata implicata su tanti scandali ma non ha legami con quella di Garibaldi. Sarebbe come paragonare Gesù e la Chiesa, la rivoluzione d’Ottobre e il socialismo reale. Auguro che nessuno iscritto alla massoneria possa far parte del Parlamento”. Vincenzo Bucci, capogruppo di Castello Cambia, ha ribadito i contenuti della mozione mentre Luciano Tavernelli, consigliere del Pd, ha richiamato l’invito del sindaco “a dichiarare l’appartenenza, scontata a tutti i livelli, perché già prevista dalla Legge Anselmi. Non abbiamo niente in contrario alla trasparenza e il PD lo prevede nel codice etico. I consiglieri hanno proceduto e gli atti sono a disposizione. Si sta chiedendo qualcosa che già esiste. Alla massoneria potremmo iscriverci tutti, stante i principi, ma sono le associazioni segrete deviate il problema”. Nicola Morini, capogruppo di Tiferno Insieme, ha sottolineato “un fatto politico: il sindaco era partito in quarta ed è stato fermato dalle potenziali sanzioni. Dichiarare appartenenze non è dovuto al corpo politico ma ai cittadini. Questa è la direzione della trasparenza. L’orientamento del segretario è positivo. Oggi votiamo un atto di indirizzo. La massoneria fa parte di queste associazioni? La maggioranza ha votato il piano di Sogepu, potrebbe dare l’indicazione di includerla nelle dichiarazioni dei rappresentanti dell’azienda. Il problema della massoneria è la segretezza. Se la mia collega, con cui condivido un percorso politico, avesse un vincolo di segretezza lo vorrei sapere”. Marco Gasperi, capogruppo del Movimento Cinque Stelle, ha specificato che “il fatto pericoloso è che chi appartiene ad una associazione riservata lo deve dire. Se fossi omosessuale, dichiarare la mia adesione all’Arcigay nel mondo di oggi potremmo portarmi pregiudizio nella politica e nel lavoro. Attenzione alla caccia alle streghe”. Riccardo Marchetti, capogruppo della Lega Nord, ha dichiarato la sua “non appartenenza a logge massoniche. Ma l’opinione pubblica che il cittadino ha della massoneria non è corretta. Chiunque può vedersi in qualsiasi posto e fare affari. Io non sono affiliato ma conosco gente di grande valore e dottrina che lo è. Il senso vero è la ricerca interiore e la lista di chi ha fatto parte di questa nobile istituzione è impressionante. Se poi emerge che dentro un consiglio o una partecipata ci sono persone che si scambiano favori in base ad una comune appartenenza associativa, si vada in Procura”. Il sindaco Luciano Bacchetta ha ricordato come “io stesso ho richiamato i consiglieri a dichiarare la propria adesione ad associazioni. Nel corso dei mesi si è sviluppato un dibattito anche murale che ha travalicato le mie intenzioni. Non mi è piaciuta la piega che ha preso, con centinaia di manifesti abusivi, ad esempio. Il segretario ci ha richiamato alla normativa sulla privacy e al nostro statuto. La mozione è inutile. Reitero l’invito ad un atto di responsabilità: dichiarare la propria adesione e autorizzarne la pubblicazione. Il nostro dovere è verso i cittadini e va oltre le normative o informalismi. Non sono contro la massoneria ma io non aderisco”. “E’ inutile la mozione o c’è fumus persecutionis verso qualche associazione?” ha detto Emanuela Arcaleni nella replica. “Riconosco i meriti della massoneria in quanto ha contributo alla storia italiana ma allora non dovrebbero esserci problema a votare il documento. Ma nella scorsa legislatura la dichiarazione non è stata fatta, quest’anno ci sono ritardi. Chiedo di estendere la procedura anche ai nominati a qualsiasi titolo dal comune o in organismi riconducibili al comune. Nessuna caccia alle streghe ma un rafforzamento del dettato dello Statuto”. Nelle dichiarazioni di voto, Gaetano Zucchini, capogruppo del PD ha sostenuto che “lo statuto non è lacunoso su questo. La ridondanza della mozione fa sospettare che ci sia la caccia all’incappucciato, alimentando la teoria del sospetto”. Vincenzo Bucci, capogruppo di Castello Cambia: “Trasparenza non caccia alla streghe”. “Sarà un atto ridondante ma voterò a favore” ha annunciato Lignani “non voglio equivoci. Castello Cambia chiede legalità e poi affigge abusivamente manifesti. Le incompatibilità dei partiti non sono state quasi mai rispettate. L’obiettivo della mozione era mettere nero su bianco le appartenenze delle partecipate”. “Voto positivo anche per Tiferno Insieme”, ha detto Morini “abbiamo un obbligo di trasparenza verso i cittadini perché l’adesione ad associazione segrete porta problemi nell’amministrazione della cosa pubblica. Verso queste appartenenze i cittadini devono essere maggiormente tutelati”. Vittorio Morani, capogruppo del Psi, ha detto “di aver rilasciato tutte le dichiarazioni e il voto per questo sarà contrario”. A margine del dibattito il presidente del Consiglio comunale Vincenzo Tofanelli ha dichiarato: “Si comunica che sono pervenute all’ufficio di Presidenza del Consiglio Comunale le dichiarazioni di appartenenza ad associazioni che ogni consigliere deve presentare in base alla norma dello statuto, che, in vigore da molti anni è stata finalmente applicata. Sindaco, assessori e tutti i consiglieri comunali ad eccezione di due, hanno trasmesso le loro dichiarazioni nel rispetto della normativa nazionale sulla Privacy. E’ stato quindi compiuto un atto di trasparenza significativo a tutela della dignità dell’istituzione comunale”.

Fonte:http://www.valtiberinainforma.it/news/citta-di-castello-il-consiglio-comunale-respinge-la-mozione-sulla-dichiarazione-di-appartenenza-alle-societa-segrete-


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16 agosto 2017

Dalle mie scritture: " La Patria mia smarrita "




Quando … ero

Quand’ero bambino.
Rimembro la felicità che vivevo,
ricordo …
la città d'una volta,
coi suoi vicoli, il suo odore, la sua storia.
Ricordi ... ricordi ... ricordi.
Quand'ero bambino,
pensavo …
a quanti anni avrei avuto da vivere;
pensavo che potessero essere tanti …
così, l’armonia mi entrava nelle membra.
Pensavo ... pensavo ... pensavo.
Quand'ero bambino,
per le vie del quartiere giocavamo a nascondino.
e , se c'era una festività vicina,
allora … tutto era letizia ...
tutti alzavano la cresta …
tutti sognavamo la fidanzata.
Quand'ero bambino?
Ossì ... ch’eravamo felici e spensierati;
stavamo seduti sulla scala al primo gradino …
e, con sguardi maliosi
e col capo chino,
guardavamo ... guardavamo ... guardavamo;
il passo felino delle fanciulle in fiore,
il cinguettio delle rondini in volo,
le campane che suonavano a festa
e le comari del quartiere
che non sapean tenere
i propri panni nella cesta ...
Oggi ... che sono divenuto adulto,
non penso, non guardo, non sento.
Fiuto solamente il fumo dilagante
della gente che, non lavora,
ma si asciuga la fronte …
si sente avvilita, si affanna per niente.
Mi manca …
il vocio … dei bambini per la via
Oggi … chiusi … in casa ...
presi tutti …
a fare da naviganti …
a giocarsi la fanciullezza.
Mi manca …
la Patria mia oggi corrotta e stanca,
invasa dall'orda e non più sovrana ...
che, statica e indifferente, perde la libertà …
mentre io silente … … …
serbo solo l’illusione della speranza …

Salvatore Casales.


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13 agosto 2017

NOTIZIARIO DEL COMPASSO "la Radice di noi stessi"



Plotino

Chi sono io

... Suvvia, entri dentro chi ha cuore e segua le sue orme nei penetrali; non senza però, aver lasciato fuori le visioni dei suoi occhi mortali e guardarsi bene dal volgersi indietro a quei corpi un tempo splendenti

Plotino Enneadi I,6,VIII

1.  La  voce dell’antico e sacro cantore che vide in sé stesso la genesi e il dispiegarsi del cosmo, il suo Ordine e il ritorno di esso nella Sorgente immanifesta della creazione ci giunge attraverso i secoli trasmessa dalla bocca all’orecchio di  noi, iniziati ai misteri della Conoscenza Suprema. Questa voce non rinvia ad un tempo e a uno spazio del passato ma a Colui che è oltre il tempo e lo spazio. Rinvia a Colui che, adesso e ora, è presente a sé stesso, rinvia a Colui che é. Ragion per cui, per quanto antica, questa voce esprime una Eterna Novità immanente la creazione. Sintonizzarsi con la Tradizione iniziatica significa abbeverarsi alla sorgente inesauribile dello Spirito che sempre sgorga. Quell’Acqua di vita è la linfa vitale che dal Padre fluisce nell’Albero Cosmico della manifestazione e poi, al Padre, fà ritorno nel ritmo incessante dell’Amore o Respiro Cosmico.  Il Sé conosce il Sé e si Ama. “Può l’Amore volere o desiderare l’Amore se è esso stesso Amore? (Raphael)”.

2. Generazioni di Veggenti di ogni luogo, di ogni tempo di ogni razza e fede cantano in coro l’unitarietà di tutto ciò che esiste e, nel contempo, cantano le lodi del Padre, dell’Acosmico Signore, le lodi dell’Abisso inperscrutabile della divinità in sé. Le lodi del Silenzio metafisico.

3. Generazioni di veggenti cantano che l’ente uomo è incastonato nel cosmo. Il microcosmo è identico al macrocosmo quel che c’è là c’è anche qui, quel che non c’è qui non lo si trova da nessuna parte. Conoscere sé stessi quindi è conoscere il macrocosmo.  Essendo la Radice di noi stessi … identica a quella del macrocosmo ed essendo Quella Radice immutabile, indivisibile, realizzare  è realizzare la Radice del cosmo.

4. “Certo è inconoscibile la natura di colui al quale appartengono tutte le grandezze …. ma se - nella sua sovrabbondante dolcezza – desidera darne conoscenza affinché lo si conosca, egli può. (Trattato Tripartito)”.

5.  La via iniziatica quindi è via di ritorno alla Sorgente, è via di risalita. Del respiro del Padre che percorre l’Albero della Vita è il flusso ispiratorio, il flusso che dal molteplice va all’Unità Principiale, laddove il flusso espiratorio va dall’Unità Principiale al molteplice. La prima è via di soluzione delle forme e dei nomi, via di astrazione da tutte le sfere di esistenza. La seconda è via di coagulazione dei nomi e delle forme, via di manifestazione dei piani esistenziali.

6. Percorrere la via iniziatica, quindi, significa risalire, in noi stessi, gli strati della manifestazione. Conoscere sé stessi è quindi conoscere la manifestazione nella sua interezza per immergersi nella propria reale natura … che trascende e misteriosamente è immanente la creazione.

7. Il punto di partenza è quindi una domanda : “chi sono io?”.

8. Fermati e raccogli la tua attenzione, fai una pausa in quel che stai facendo e chiediti “chi sono io?” … bada però di non dare una risposta. Attendi la risposta in silenzio … attendi la risposta della parte più nascosta e radicale di te stesso, ricorda:  “fra conoscere intellettualmente un concetto e realizzalo invero nella coscienza c’è un’abisso, un incommensurabile abisso … senza sostegni (Raphael)”.

9. La nostra Reale natura è la Costante che sostiene lo spettacolo sempre cangiante dei mondi. Sullo schermo immutabile della pura Coscienza le ere si susseguono, nel loro incessante fluire e rifluire. Occorre quindi discriminare fra ciò che sempre è, e per ciò stesso è Reale, e ciò che ha un inizio, una durata e una fine e, per ciò stesso, è irreale. Dire che un dato è irreale non significa dire che è un non esistente, come il figlio di una donna sterile o le corna di una lepre, ma solo che è transeunte, è un istante di sogno nell’eternità.

10. Una via iniziatica non è per i più. I più sono assetati di mistero, di poteri materiali o psichici; sono bisognosi di adattabilità con la vita profana, hanno necessità di conforto psicologico e di commiserazione. I più amano perpetuare la propria incompiutezza, amano accentuare i valori mondani o celesti e “suonare le trombe”  nelle piazze. I veri Filosofi dell’Arte non amano le piazze e i circoli salottieri, essi non sono rumorosi perché sono profondamente meditativi, perché non possono disperdere le proprie energie: chi sta tentando di “morire da vivo” non può permettersi distrazioni, commiserazioni e l’ascolto di sciocchezze e bagattelle. Ogni ente deve saper trovare il suo giusto posto, deve saper adempiere il suo dharma  (Raphael Triplice via del Fuoco I,24)

 Doc. ripreso da documenti filosofici


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22 luglio 2017

NOTIZIARIO DI VITA : " CON LE ALI DI CERA "




Con le ali di cera.

Vissi ... per tanto tempo
con un bambino,
gli insegnai i primi passi,
a guardare il sole
e poi la luna e le stelle.

Stringendogli la piccola mano
gli trasferii l'amore,
gli insegnai il rispetto verso il creato,
ad amare i suoi simili.

Poi ... vissi per tanto tempo ancora
con un uomo,
ma mi accorsi che il suo passo
non era il mio insegnamento.

Ho vissuto in silenzio ...
e ... impotente ... non ho saputo
domare la forza di un fiume che straripava.
Oggi porgo lo sguardo in cielo

e imploro Dio.
Perché ? … Mi rese impotente?
Perché mi permise di lasciare
la stretta a quella mano?

A quel bimbo che, credendo d'essere un uomo,
un di incurante del sole cocente
volle arditamente volare da solo ... e da solo ...
volare sempre più in alto ...

con le ali di cera.

Salvatore Casales

 


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27 giugno 2017

Notiziario del compasso: Un idealismo diverso e fuorviante nella massoneria deviata.

 

[Esclusiva] "Io ministro? No grazie, a Renzi e Grillo preferisco il mio lavoro. Sto indagando sulla massoneria. Temo solo le termiti"

Intervista al procuratore Gratteri: "In un anno ho arrestato oltre 950 indagati per associazione mafiosa"

Il procuratore Gratteri seduto davanti alla scrivania del suo studio

Entrato prepotentemente nel gossip romano, come il ministro della giustizia candidato e bocciato nel volgere di ore per i veti una volta degli uomini delle istituzioni e un'altra per i Niet di ambienti politici, Nicola Gratteri in questa intervista esclusiva a tiscali.it svela i suoi prossimi impegni.
A chi prima lo voleva nella squadra di Renzi, poi in quella di Grillo (che oggi sponsorizza il Pm palermitano Nino Di Matteo), il Procuratore di Catanzaro risponde: «Sono felice di essere a Catanzaro. In un anno ho trasformato l'Ufficio e adesso vi assicuro che nulla rimarrà come prima».

Insomma, procuratore è iniziato il conto alla rovescia?
«Sono abituato a parlare sempre dopo. Abbiamo bisogno ancora un po' di tempo per dare risposte che la gente sta cercando di avere da tempo».

Nel suo ufficio “smontato” per via delle termiti che hanno divorato librerie e poltrone, con i libri e fascicoli raccolti sul pavimento, Nicola Gratteri delinea la offensiva del suo Ufficio nella lotta alla Ndrangheta e ai suoi complici. Non ama fare sociologia o analisi, preferisce far parlare i fatti. E allora Procuratore iniziamo dal bilancio di un anno di lavoro. Soddisfatto?
«In un anno abbiamo arrestato 950 indagati per associazione mafiosa e per traffico di droga. E abbiamo cominciato con le prime tre incursioni nella pubblica amministrazione, cosa che non era mai accaduto prima. Primi arresti di una trentina di funzionari pubblici anche ex assessori per reati che vanno dal peculato alla corruzione, in alcuni casi con l'aggravante di aver favorito la Ndrangheta. E abbiamo cominciato a esplorare mondi che erano ritenuti impenetrabili».

Si riferisce agli intrecci tra massoneria, Ndrangheta società civile?
«Mi faccia prima dire un paio di cose. Intanto che le generalizzazioni sono una pessima strada da seguire perché creano sconforto tra la gente, creano il pessimismo e un senso di sconfitta permanente. E questo proprio oggi che un certo risveglio si avverte. Anzi, per la prima volta la gente comincia a prendere coscienza e a credere finalmente nella possibilità di una primavera calabrese».

Una società civile attiva non l'ho mai incontrata nei miei trenta e passa anni di frequentazioni calabresi.
«Le rispondo dalla fine ma poi mi faccia dire quello che mi sta a cuore. È vero che i calabresi non hanno mai reagito per esempio come è successo in Sicilia dopo il martirio di Falcone e Borsellino. Ma c'è un perché e probabilmente la risposta va ricercata nel fatto che noi non siamo stati credibili. Noi, ovviamente non tutti noi magistrati come del resto non tutti i colleghi palermitani erano Falcone e Borsellino. E, dunque, abbiamo iniziato a invertire la rotta, a essere più credibili. Se sono invitato a un convegno non necessariamente vi partecipo se vedo che tra gli invitati c'è qualcuno anche famoso, anche con la patente di antimafiosità che non mi convince».

Dunque, lei sta cercando verifiche dell'esistenza di rapporti tra Ndrangheta, politica, pubblica amministrazione e massoneria?
«Stiamo parlando della massoneria deviata, cioè di quelle logge massoniche non riconosciute da Palazzo Giustiniani dove convivono quadri della pubblica amministrazione, professionisti, e gli esponenti della Santa, quel grado di affiliazione alla Ndrangheta che autorizza i suoi vertici anche a una doppia affiliazione, alla massoneria appunto. Ecco tracce di queste presenze ci sono. È vero che in quarant'anni o poco meno non è stato celebrato un processo con sentenza foss'anche solo di primo grado che certificasse questi rapporti. Dei fascicoli sono stati aperti in passato. Le rispondo ricordando che le indagini vanno fatte in silenzio».

Un anno di Catanzaro. Ricorda che a Reggio Calabria negli anni Qottanta e Novanta furono cercati i referenti politici della Ndrangheta e l'unico che finì nella rete fu Giacomo Mancini? Una giustizia perlomeno molto strabica. E a Catanzaro sono tutti al di sopra di ogni sospetto?
«Oggi vedo la Ndrangheta dominante sulla politica. Quando i politici si mettono in fila per andare dal mafioso che sanno che detiene un pacchetto di voti, vuole dire che riconoscono alla Ndrangheta un ruolo preminente. Riconoscono che la Ndrangheta e più forte, è un modello vincente nella comunità».

Lo Stato di salute della Ndrangheta?
«Più forte di prima. Ha saputo trasformarsi. Non spara più, discute alla pari con la politica, anzi sono i politici, ripeto, che vanno a trovare i mafiosi. Non sparano ma nello stesso tempo il loro potere di intimidazione e intatto».

Che reazione ha avuto quando ha visto in televisione le immagini del baciamano al boss Giorgi, arrestato dopo una latitanza trentennale?
«È un segno di sottomissione, di riconoscimento di un'autorevolezza carismatica di un boss. La Ndrangheta è insieme arcaicità e modernità. L'arcaicità è un collante. Dico sempre che se dovessi puntare su chi scomparirà per prima, tra la camorra, la Ndrangheta e cosa nostra, punterei tutto sulla camorra, che pure è stata la prima organizzazione criminale a insediarsi».

E perché la camorra?
«Perché sempre di più non osserva l'ortodossia delle regole, è sempre più facilona, più criminalità organizzata che mafia. Sta diventando sempre di più una forma di gangsterismo urbano. La Ndrangheta invece è ossessionata dal rispetto delle regole, che rappresenta una calamita che attrae, affascina le nuove generazioni che hanno bisogno di riconoscersi in codici e regole. Ma nello stesso tempo la Ndrangheta è moderna. È una holdign che fa affari in piena autonomia. Ogni ndrina, ogni locale ha piena autonomia nella impresa economica. Non ha bisogno di essere autorizzata».

Catanzaro capoluogo di Regione, sede della Giunta regionale. Tutti virtuosi?
«Vedo una autoreferenzialità dei gruppi dirigenti, delle famiglie che gestiscono il potere. Vedo ambigui rapporti amicali tra più figure istituzionali diverse. Frequentazioni che non dovrebbero essere coltivate nel rispetto delle diverse competenze istituzionali».

Lei ha sempre goduto di una popolarità non solo mediatica ma anche tra la sua gente, tra i calabresi. Anche ora che il tasso di popolarità della magistratura è al lumicino.
«Stiamo lavorando per recuperare il consenso popolare. La gente deve credere in noi e quindi noi dobbiamo essere coerenti tra quello che diciamo è quello che facciamo concretamente. Dobbiamo essere seri e rigorosi con noi stessi. La gente deve tornare a fidarsi di noi. Deve venire da noi a denunciare. Il calabrese è sempre stato usato dal potere e oggi è sfiduciato, un po' paranoico e diffidente. Tocca a noi uomini delle istituzioni riuscire a convincere il popolo ad aver fiducia nella giustizia. La Calabria vi sorprenderà molto presto».


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16 gennaio 2017

Notiziario dell'anima: " Mani "

 

Da "I miei versi"

di Salvatore Casales

L'immagine può contenere: una o più persone

Mani
Mani, strumenti
che hanno fatto il loro tempo,
che dicono il tutto d’un percorso.

Linee tortuose, in esse, segnano le vie della vita,
mani che creano l’opera definita
e, coi gesti, concretano il momento.

Mani, espressione d’energia,
che tracciano il confine del sapere;
che portano i segni del lavoro sostenuto,

la parola data, il segno del dovuto,
il linguaggio naturale; messaggi tutti
che il tempo ha mantenuto in un distinguo.

Mani, che s’intrecciano
nel segno d’una prece,
o che si giungono nel segno del divino

Mani che, ad un tratto,
rallentano il loro moto
nell’immaginifico selciato del passato;

Mani intesorite da pietre preziose
che, dell’uomo vero ,
giammai ne cambieranno la statura.

Salvatore Casales


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5 novembre 2016

L'essere della ipocrisia,non vuol significare essere se stessi.

 

L'essere della ipocrisia non é essere se stessi.-





- L’essere della ipocrisia -

Quando si vuol parlare degli atti o dei comportamenti che l’uomo, nel suo modo di essere,spesso distorce a suo diretto nocumento o avverso altri, rimaniamo inibiti dal volere aprirci ad un tal dialogo in maniera cosciente ad onore e vanto della verità, per tema di guardarci dentro.

Per timore di penetrare e fare analisi su noi medesimi ,rimaniamo perplessi sull’atto speculativo che esercitiamo a danno della nostra identità o della nostra dignità.

Nel caso specifico, la mia argomentazione é rivolta all’ipocrisia”, tema ed atto emblematico, nello stesso tempo, che ,se volessimo raggiungere la sua radicalità , perverremmo all’antropologia dell’uomo ,come sua manifestazione prima, forse di ingenuità ,di un atteggiamento che l’uomo dovette assumere in un verso anziché in un altro per un tornaconto o per scongiurare un atto palese .

Allora ,se il discorso avviene in un contesto di una scuola o di un seminario,d'un convegno,vien facile produrre lusinghiero interesse nell’uditorio , ritenendo,tale atto, essere motivo di tanta riflessione perché connesso ad altri atti che,necessitano quella rettifica che,di contro, giustifica la connaturazione dell’essere uomini liberi, uomini non sottomessi alle pressioni degli accadimenti del quotidiano;

Convinti che, sovente non paga l’atto d’essere se stessi,ma paga quello dell’equa ricompensa che toglie l’uomo dal carcame della menzogna,lo toglie dal dispregio che calpesta la sua dignità.

Il tema “ ipocrisia” ,dunque, nella sua ovvietà e nel suo più intrinseco significato, allora, va trattato con ampia schiettezza non tanto per raggiungerne il suo originario significato letterale, Simulatio - onis, che rappresenta l’azione antica di un attore che ,fatta propria l’arte teatrale, portava in giro per paesi lontani storie e fiabe inverosimili , attraverso le quali , venivano raccontate gesta d’eroi , fatti di povertà ,di disastri e di calamità da interessare un certo uditorio che a quel tempo non aveva parecchie divagazioni, quanto per definire la simulazione un difetto di cui si è macchiato l’uomo.

Erano altri tempi , si, in cui egli, nella sua in genuinità ,veniva attratto dai tanti fatti che arricchivano la sua immaginazione, fatti che lo portavano lontano nel tempo ed a capire meglio ciò che conduceva al vizio o alla virtù e , probabilmente, attinse da questi attori l’arte d’apprendere e d’insegnare ai propri figli, il bene ed il male, l’arte di mostrare riservatezza ,la coinvolgenza o la non appartenenza a fatti che gli avrebbero potuto portar nocumento e tradusse tutto ciò in un modus vivendi,comportamentale che, successivamente, si tramutò in cultura.

La simulazio oggi, come ieri, è un mostrare agli altri o, per dir di più,*l’atto mediante il quale, l’uomo patteggia con se stesso un atto della sua volontà, di compierlo o non compierlo,secondo le sue intenzioni,ma di certo per apparire diverso e trasmettere agli altri il tutto ed il contrario di tutto alla sua connaturata identità , o di mostrare ciò che in realtà non possiede.*

Ma l’ipocrisia come atto nella sua estensione ormai dilagante non può’ essere ammessa come un innocente errore avverso il quale troppo spesso l’uomo ricorre;

E’ un comportamento negativo al quale bisogna riflettere e correggere questa mal celata ed incontrollata azione la cui prosecuzio, nel tempo, inficia l’essere dell’uomo inserito nell’amalgama di una società che vuole uomini liberi ed onesti.

Che dire allorché l’uomo commette l’errore più grande di tradire un’amicizia? Una fratellanza ? la propria consorte , i propri figli, il rapporto interpersonale con la società ?

Che dire dei tanti che si appropriano del titolo di “Uomini “ che si trincerano in quest’atto (l’ipocrisia) , della degenerescenza e della falsità quando si collocano in una realtà di pausa , di cautela o della malafede?

Che dire infine dell’atto di non volersi manifestare, cultura ultima invalsa nell’uomo d’oggi,che mette in evidenza solo l’atto vile di un animo incapace d’esprimere la propria opinione o il proprio libero pensiero?

Oggi l’uomo crede,con l’atto dell’ipocrita, di trarre in inganno il suo consimile,simula il suo apparire, si esalta introducendo tortuosi discorsi,si inscrive in un determinato nucleo che,il più delle volte lo rende asservito agli errori ed incongruenze degli altri; Non si accorge di scalfire,pesantemente la sua pur mediocre personalità.

Costui, è da ritenere un pover’uomo ,inconsapevole che, aldilà dell’azione,della ipocrisia , deve emergere il suo modo d’essere “Uomo vero” ,che deve costruire il suo tempio interiore,non aggrappandosi al non essere, in tal maniera,appalesandosi, avrà ,solamente,ingenerato violenza a se stesso .

Il contatto che vorrà allacciare con altri non sarà mai vicino, come egli crede,ma lontano parecchie miglia.-

Aaronn

                  é

Salvatore Casales


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16 luglio 2016

NOTIZIARIO DEL COMPASSO : "le due colonne" di Mariano Bianca."

Le Due Colonne

di Mariano Bianca

Premessa:

Conobbi il professore Bianca circa venti anni orsono, mi colpì di lui non tanto la sua cultura letteraria umanista ,che me lo faceva vedere come fosse un monumento del sapere filosofico che ,in pochi s'interseca e si esprime, ma che tanti possono ricavarne conoscenza, ma sa sua umiltà, quella che ancora oggi é l'elemento che attribuisce valore e chi la sa bene rappresentare ,come atto spontaneo e fa divenire uomo, eccezione, quel soggetto unico, che s' identifica all'autentico UOMO LIBERO.

Ho letto e riletto la talola che oggi presento ai fratelli del G.O.I. cui appartengo e vorrei che in tanti  fratelli trovassero insegnamento e sapere da questo mirabile scritto unico e sempre attuale perché si colloca nella tradizione esoterico - iniziatica.


Salvatore.Casales


Alla porta del tempio vi sono due colonne che segnano il confine: di qua di esse v’è il mondo dell’illusione e al di là v’è il mondo  dell’invisibile. Nel primo si è incatenati e nel secondo si è liberati.

Le colonne segnano il confine tra dimensioni diverse e contrapposte che  albergano nell’interiorità dell’uomo:  il suo legame con la finitezza e la sua tensione verso l’infinito. La finitezza sta prima delle colonne e l’infinità sta di là di esse; nella finitezza si è  incatenati, schiavi  della  propria natura, dei tormenti della vita e della materia, mentre nell’infinità ci si è liberati da questa condizione  e si può intraprendere il viaggio  al di là dei limiti.

Le colonne segnano il confine tra lo spazio della profanità e quello della sacralità ma, allo stesso tempo, esse indicano che al di là v’è l’oceano, un mare infinito in cui si può sprofondare, annegare e sperdere; al di qua la sicurezza di ciò che si conosce e al di là l’insicurezza dell’inconoscibile; al di qua quello che siamo e al di là quello che non siamo e che forse potremo essere.

Chi ha deciso di entrare è certo di quello che sta abbandonando, ma non sa quello che potrà trovare: egli si troverà di fronte a se stesso e all’infinito, sarà segnato dalla paura e dallo sgomento, ma ad ogni passo   scoprirà qualcosa di quello che sta cercando.

Ogni tempio si apre con le colonne che sono il limite, ma anche l’indicazione degli sforzi che si dovranno compiere una volta che si sono superate e si è entrati nella dimensione sacra dell’infinità di se stessi e del mondo.

Il tempio è la casa del sacro, di ciò che si colloca oltre  ogni cosa, è il mondo delle arché, i fondamenti, ed è anche il mondo dell’oscurità in cui bisogna addentrarsi: l’oscurità  di ciò che si vuole raggiungere  e l’oscurità della propria interiorità. Nel tempio ogni cosa si trasforma ed acquista nuovi e diversi significati: lo stesso accade per il mondo interiore dell’iniziato che entrando nel tempio deve trovarsi differente da quello che era prima di aver oltrepassato le colonne, prima di aver varcato il confine  e così aver abbandonato quello che era.

Le colonne  puntano verso l’alto, sono solide e stabili e così pesanti che nessun uomo da solo è in grado di spostarle. Esse si  erigono  così  a protezione  della porta in modo che  sia ben sorvegliato l’ingresso per far sì che  l’entrata non sia accessibile a tutti;  e,  allo stesso tempo, proteggono coloro che sono all’interno dalle intromissioni che provengono dal mondo della finitezza.

Esse non reggono il tempio, ma delimitano il suo spazio e soprattutto indicano la via e la porta per entrare; per accedere al luogo sacro, per entrare nella  dimensione dell’infinità, v’è una sola via: oltrepassare le colonne e seguire il percorso da esse indicato.

L’iniziato non può stare al di qua e al di là di esse: non può portare dentro quello che deve restare fuori, né deve portare fuori quello che deve restare dentro; e le colonne segnano proprio questo confine e questo incontrovertibile principio iniziatico.  Egli deve esser cosciente di ciò ogni volta che oltrepassa le colonne, deve saper abbandonare quello che è fuori e deve saper conquistare quello che trova dentro avendo cura di tenerlo nascosto e segreto nella sua interiorità. Ed è proprio anche ciò che fa parte del segreto massonico.

Nel tempio le colonne sono i baluardi che avvertono che si sta passando dall’aldi qua all’al di là e questo avvertimento fa sapere  alla coscienza  iniziatica che  è necessario un sovvertimento interiore che è il solo che permette  l’ingresso.

Nel tempio massonico le colonne sono quelle del tempio di Salomone, Jakin e Boaz che  di solito sono poste  entrando a lato  a Occidente dove tramonta il  sole: esse segnano così anche  il fine del  giorno, della giornata del libero muratore. Egli entrando, superando  i baluardi, si lascia dietro di sé il mondo finito e si rivolge ad oriente dove nasce  il sole, l’origine e l’originario a cui ogni iniziato deve saper rivolgersi;  l’oriente è  il luogo a cui rivolgere lo sguardo perché  da esso si origina ogni cosa e si origina anche la via interiore dell’iniziato. Egli entrando  ha dietro di sé le colonne che lo proteggono, ma che gli impediscono, una volta che è dentro, anche di tornare indietro. In effetti, la loro funzione  è si di proteggerlo, ma anche di  erigersi per indicargli che non è possibile tornare indietro, una volta che ci si è spinti verso ed entro l’infinità.   Il fatto che  nel tempio massonico siano poste a  occidente può far dimenticare il loro significato di confine tra i due mondi, per questo bisognerebbe collocarle al loro posto, proprio come erano nel tempio  di Salomone:  nel vestibolo; allora nel tempio massonico l’entrata dovrebbe essere a occidente e qui dovrebbero erigersi le colonne per indicare l’entrata e  l’uscita dai due mondi.

I Libri dei Re  descrivono la costruzione del tempio  di Salomone e, in particolare, delle due colonne e il loro collocamento:

Il re Salomone fece venire da Tiro un certo Hiram, figlio di una vedova della tribù di Neftali ma di padre Tirio, artefice in lavori di bronzo, di grande capacità tecnica e pieno di talento, esperto in ogni genere di lavoro in bronzo.  Egli venne presso Salomone ed eseguì tutti i suoi lavori.

     Fece due colonne di bronzo, ognuna delle quali misurava diciotto cubiti di  altezza e dodici di circonferenza. Lo spessore  di ciascuna era di nove centimetri; dentro erano vuote. Fece pure due capitelli di bronzo fuso da collocare sulla sommità delle due colonne; tutte e due i capitelli misuravano ciascuno cinque cubiti d’altezza. Fuse pure due reti, lavori di intreccio con fregi e festoni a modo di catenelle, per ornare i due capitelli posti in cima alle colonne: una rete per ciascun capitello. Fece anche delle melagrane in due ordini, uno al di sopra, dell’altro attorno alla rete di ognuno dei due capitelli. Erano ducento melagrane in due ordini attorno a ciascun capitello: in tutto quattrocento. Sui capitelli, posti sulle colonne, vi fu aggiunto un lavoro in forma di giglio; questa sovrastruttura misurava quattro cubiti. Salomone fece poi innalzare le due colonne davanti al vestibolo del tempio: eresse la colonna di destra e le dette il nome  di ‘Jakin’; elevò quindi quella di sinistra e la chiamò ‘Boaz’. Poi, sulla sommità delle colonne sistemò quel lavoro fatto a giglio. E così fu compiuta l’opera delle due colonne ( I Libri dei Re, VII, 13-23).

Perché mai Salomone volle erigere alle porte del tempio  di legno e di pietra, ricoperto d’oro, due colonne così   alte e  possenti e con tale metallo?

Il tempio di Salomone è la dimora della pace in cui  si trova la serenità dell’animo e la fermezza degli intenti, lontani dai fermenti della finità umana. In esso deve regnare la pace; la pace per l’affinamento  noetico e  il raggiungimento della virtù; la pace che ha negato i tormenti  e si placa nell’armonia  della meditazione iniziatica.

Esse sono solide e imperiture, per il metallo di cui sono fatte, il bronzo, alte e  imponenti: da un lato, perché   si alzano verso il cielo e in tal modo significano anche l’albero della vita e l’albero del mondo, l’Yggdrasil, che  si slancia dalla terra per rivolgersi verso il cielo; dall’altro, perché  sono i limiti che impressionano  la mente del viaggiatore, proprio come le colonne di Ercole superate da Ulisse.

Le due colonne Jakin e Boaz nel vestibolo del  tempio  di Salomone sono poste l’una a sinistra e l’altra a destra entrando nel tempio, ma uscendo sono la prima a destra e  la seconda a sinistra (solitamente, nelle tavole di Loggia sono al posto scambiato in quanto osservate dal retro).  Nel seguito, le indicheremo come la colonna di destra, Jakin, e la colonna di sinistra Boaz,  ( come indicato nelle usuali tavole di Loggia) non dimenticando la loro posizione (con i loro nomi scambiati) all’ingresso (entrata)  del tempio. Esse aprono  alla via verso l’invisibile-oltre e così dicono all’iniziato di proseguire il cammino, di andare più avanti, di oltrepassare il confine, di porsi al di là dei limiti.

Esse sono costituite dello stesso metallo pesante e hanno la stessa forma, adornata da capitelli e dalle melagrane, simbolo dell’unione tra gli iniziati. La loro identità strutturale indica che hanno la stessa rilevanza anche se diversa e riferita a principi paralleli. Nel tempio massonico le due colonne, invece, sono di forma diversa, ma nella sostanza non muta il loro significato.

Nell’albero sefirotico   Boaz e Jakin possono essere fatte corrispondere  rispettivamente a  due Sephirat inferiori: la settima, Hodgloria od onore)  e l’ottava,  Netzar (vittoria o trionfo); esse sono correlate tra loro dalla nona Sephirat, Yesod  che significa il fondamento ma anche il giusto, ed in effetti ogni fondamento non può che essere considerato anche come  giusto. Per questo loro legame  sephirotico entrambe sono proprio il fondamento ( non in senso architettonico)  del tempio e della via che intraprende l’iniziato; sono  due poteri che formano il fondamento.  A seguito  della Vittoria e  della Gloria sopravviene il giusto che è così la dimensione dell’equilibrio e dell’alleanza. Nell’uomo sephirotico  le Sephirat Hod e Netzar corrispondono alle cosce che permettono di sostenere il corpo, ma anche di muoverlo: l’iniziato è saldo  sulle sue gambe ed  è sempre pronto a continuare il cammino.

La lettere iniziali del nome delle due colonne indicano  ulteriori e correlati significati che sono propri della tradizione  libero muratoria.

La lettera B di Boaz  è la seconda lettera dell’alfabeto ebraico, Beth,  che significa casa o caverna ed ha quindi un riferimento al femminile-passivo.  Essa corrisponde alla Luna, è di colore  nero o bianco ed indica la  forza o ciò che dà forza ( il vigore); essa è l’onore e la gloria. Il secondo sorvegliante ( nella ritualità Scozzese) siede presso questa colonna e il suo  segno  è la perpendicolare che, in senso alchemico, è il Mercurio come principio passivo femminile.

La lettera J di Jakin, invece,  è la lettera Jod dell’alfabeto ebraico e sta ad indicare la stabilità, ciò che è stabile o ciò che rende stabile; in senso più ampio è, per così dire, l’affermazione. Il primo sorvegliante siede sotto questa colonna e il suo segno è la livella che, in termini alchemici, è lo zolfo, principio maschile ed attivo.

Secondo la teodicea della Qabalah, allora,  in riferimento a Dio, la colonna J significa “Lui rende stabile”, e la colonna B, “in Lui   si trova la forza”.

Poste di fronte al tempio di Salomone, nel vestibolo, o all’interno del tempio massonico, le due colonne  J e B hanno un ulteriore significato che è rilevante per la sacralità del tempio e per lo svolgimento dei lavori rituali. Bisogna allora riferirsi all’entrata e all’uscita, prima di entrare nello spazio sacro e  svolgere  lavori, e prima di uscire da esso. Per quanto dirò, come ho già accennato, è auspicabile che esse vengano poste nella corretta posizione, altrimenti se ne perde ogni significato: cioè, ad occidente dove deve essere posta l’entrata al tempio; in tal modo, si entra  da occidente e ci si rivolge ad oriente e si esce sempre ad occidente lasciandosi dietro  l’oriente.

Quali significati allora per l’entrata e l’uscita? Sin ora abbiamo fatto riferimento, come la maggior parte degli  esegeti, all’entrata nel tempio ed abbiamo  precisato alcuni significati che di solito vengono taciuti o dimenticati. Partendo proprio da questi  che cosa si può dire dell’uscita e che significato hanno allora queste colonne? In termini semplici, ma fondamentali,  si tratta proprio  dell’indicazione di un capovolgimento, di un ritorno a una dimensione che si era lasciata alle spalle quando si era entrati, con la ricchezza  interiore di quello che si è visto e raggiunto nello spazio sacro al di là delle colonne.

All’uscita, ultimati i lavori rituali, chiuso il libro sacro, mantenuto segreto  nella propria interiorità  ciò che è stato raggiunto,  cancellata la Tavola di Loggia che delimita la sacralità del tempio, ci si avvia nel viaggio di ritorno nel mondo della finitezza. Da qui un cambiamento interiore che porta con sé una nuova ricchezza  che è stata raggiunta al di là delle colonne, entro ilo tempio; le colonne ci avvertono allora che  stiamo varcando ancora il confine, ma nel senso inverso; esse ci ricordano  di quanto  è stato visto e vissuto  e che il mondo nel quale ritorniamo è diverso da quello che abbiamo lasciato. In esso  saranno presenti le polarità, il maschile e il femminile, il bianco e il nero, i vizi e le virtù che nel segno di Yesod erano state risolte, superate ed accomunate.

Le colonne, Jakin e Boaz, allora, sono il segno del principio e della fine: il principio  a cui ci si era rivolti  con il viaggio al di là delle colonne e la fine del viaggio che è stato percorso nella  ritualità.

Il principio dei lavori rituali e la loro fine; tutto quello che è successo nel tempio e nella propria interiorità, resta racchiuso, nascosto e segreto nel tempio che si è lasciato e in quello interiore che si porta con sé, è indelebile e non si può dimenticare. Esse ci dicono proprio di non dimenticare quello che è accaduto, ci rammentano il significato di quanto è stato trascorso e che appartiene a una dimensione altra da quella del mondo al quale ritorniamo;  esse ci avvertono, ancora  una volta, che stiamo varcando nuovamente il confine e   la nostra coscienza deve essere consapevole di questo passaggio. Esse ci rammentano che quell’unione che era stata raggiunta si disgrega nel mondo al quale ritorniamo, ma resta  tale nella propria interiorità; esse ci dicono che il tesoro deve essere conservato e non si può  confonderlo in alcun modo con  ciò che stiamo per ritrovare alla nostra uscita dal tempio.

Come all’entrata Jakin e Boaz indicano il confine che stiamo per valicare e ci accolgono all’interno del tempio, così all’uscita  ci avvertono che siamo cambiati e che il significato di questo cambiamento è segnato proprio dalla loro presenza.

Niente è stato posto a caso e  come siamo entrati nel tempio  così ne usciamo e le colonne saranno ancora pronte ad accoglierci e a permetterci  ancora un volta di entrare.

 


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14 luglio 2016

Equità e giustizia.

 

EQUITA’ E GIUSTIZIA

 

 


 

 

Ill. lettori d'ogni censo e casta

 

Se oggi mi fossi trovato a esporre l’odierno argomento su “equità e giustizia “in un consesso profano, probabilmente, avrei dovuto chiedere all’uditorio una grande pazienza per le tante ore nelle quali lo avrei dovuto intrattenere per la vastità del tema trattato.

Avrei esordito con il dire che, da Aristotele fino ai filosofi moderni, la trattazione di tale argomento ha assunto tanta chiarezza nella filosofia del diritto che, se fatta propria nei vari ambiti del sociale oggi nel mondo si vivrebbe in una società idilliaca, dove l’equità rappresenterebbe l’equilibrio equitativo tra interessi di carattere morale e interessi utilitaristici, nella quale vanno compresi quelli che assicurano le esigenze di tutela di obiettivi pubblici. 

 

Avrei detto, come, in effetti, dico, che nella storia del pensiero, la relazione - equità e giustizia - ha mostrato d’essere non solamente la norma alla quale ci si deve adeguare nella convivenza umana, e non solo, ma perché il termine giustizia sia valido in tutta la sua essenza, occorre che debba essere ispirato all’equità  e alla misura secondo i diversi presupposti ideologici ed etici in base ai quali si vuole dare la giusta interpretazione alla suesposta relazione.

 

Che,secondo la teoria aristotelica - Ethica Nicomachea, la giustizia è senz’altro la principale virtù che possa risiedere nell’uomo.

 

Essa s’identifica, infatti, con l’equità determinando la soddisfazione per una relazione che dipende dalla percezione di una proporzionalità tra ciò che si offre e ciò che si riceve e dalla percezione di una somiglianza tra il proprio bilancio e quello dell’altra persona coinvolta nella relazione secondo la “norma di reciprocità”, per cui a ciascuno deve essere restituito quanto ha dato o l’equivalente, cioè con il ristabilimento dell’uguaglianza.

 

Avrei fatto menzione che, nonostante le varie concezioni filosofiche d’uomini di pensiero che si sono avvicendati nel tempo, il concetto di giustizia intesa come l’espressione del giudizio maturato a seguito dell’analisi d’un evento, era prettamente antiegualitaria per la buona ragione che gli esseri umani anticamente erano ritenuti fra loro ineguali per natura.

Tant’è a nostra conoscenza, che alcuni sarebbero nati per essere schiavi e altri per essere uomini liberi.

 

Per non parlare delle donne, alle quali non era riconosciuto alcun diritto.

Per i greci, quindi gli esseri umani si collocavano in un rapporto gerarchico e la giustizia era intesa da un’analisi proporzionale; vale a dire,attribuendo in modo proporzionato a individui naturalmente diseguali, oneri e benefici diseguali.

 

Avrei aggiunto che solo all’inizio del 1600, l’egualitarismo nella giustizia iniziò a rappresentare un ideale da realizzare modificando la situazione esistente. Hobbes, il più geniale teorico della nuova società combinava questi elementi per costruire una nuova teoria politica.

 

Secondo Hobbes il problema della legittimità di un ordinamento politico andava risolto, a partire dalla tesi dell’originaria uguaglianza degli esseri umani.

 

Infatti, nell’ipotetico “stato di natura” gli esseri umani sono fra loro uguali, perché ugualmente capaci di arrecarsi il massimo dei mali: cioè uccidersi l’un l’altro.

 

Avrei anche detto che nelle teorie di Hobbes, come di molti altri teorici del contratto sociale e del diritto naturale, si assunse la finzione di un’originaria uguaglianza degli individui che si trasformava in ineguaglianza quando questi entravano a essere parte della società.

Anche perché la società era fondamentalmente concepita come una costruzione artificiale.

 

Che a questo schema, secondo il quale dall’uguaglianza naturale si sarebbe passato all’ineguaglianza sociale, Montesquieu introdusse una variante di grande rilievo: secondo la quale l’uguaglianza naturale, perduta nella vita sociale, può essere recuperata “grazie alle leggi”.

 

Che Rousseau fece un altro passo avanti ed elaborò una concezione della storia nella quale l’originale uguaglianza che si è perduta attraverso l’instaurarsi di un’ineguaglianza non fu più concepita come un dato necessario, ma al contrario fu giudicato “funesto”.

Che La restaurazione dell’uguaglianza venne perciò ritenuta precondizione per il superamento di tutti i mali dello stato di cose esistenti, che rappresentavano appunto l’esito nefasto di un processo di degenerazione.

 

In tal modo i concetti di equità e di libertà sono collegati perché si condizionano reciprocamente. Ne consegue che una giustizia equa può essere restaurata solo attraverso la costituzione del popolo in potere sovrano.

 

Ma oggi, ill. lettori, dopo la sopra esposta premessa, non mi sento di continuare una declamazione sapienziale che sa solo di cultura storica filosofica.

 

Essa, infatti, induce a fornire  un esatto distinguo e una correlazione  di dipendenza  su ciò che è equità e giustizia perché se è vero che un equo giudizio deve assumere la sua vera intensità,  è anche vero che un tema come quello che oggi,  in questa odierna adunanza, si sta trattando , non può non risentire dagli accadimenti che derivano dall’epoca che stiamo vivendo.

 

Da troppo tempo ormai, si vive in Italia un profondo malessere per l’inadeguatezza della politica nell’affrontare i problemi dell’economia, del lavoro, della disoccupazione giovanile, della giustizia, della sanità, della politica.

Le promesse da marinaio degli uomini politici e di chi siede nella comoda poltrona del governo, al giorno d'oggi fanno solo sorridere i buontemponi. le manovre  economiche sembrano essere poste nelle mani di manipolatori che, in una bancarella , fanno saltellare le tre carte che con una mano  abile  ... a chi vince e chi perde ... é  già cosa nota che è solo il cittadino ad essere illuso  dal ciarlatanismo.

 

Come possiamo definirci noi uomini che anelano alla libertà quando la relazione fra giustizia ed equità sociale si è spezzata e noi sembriamo essere assenti a questa catastrofe economica e sociale di cui l'uomo ne é l'artefice?

Come possiamo esserci sopiti, quando la libertà del singolo cittadino non trova più il suo spazio nel principio della giustizia equa e giusta?

 

Probabilmente stiamo rimanendo indifferenti, in questa società, dove prevale solo il potere di chi vuole i cittadini inscritti in un determinato sistema da cui se ne discerne che gli stessi non sono più i rappresentanti elettivi del popolo sovrano, ma solo soggetti succubi di un sistema, di cui solo una loro parte ne fa uso per i propri loschi scopi e interessi e si trincera dietro il sipario della democrazia.

 

Da troppo tempo, cari lettori, viviamo una fase delicata nel nostro paese che non trova riscontro nella nozione di giustizia equa e giusta quale principio di equità di tutti i cittadini di fronte alla legge né riscontro nei principi di libertà i cui dettami scritti nella carta Costituzionale, fra non molto, stanno per essere stravolti da chi non é stato eletto dal popolo, ma dalle indicazioni (primarie).

 

Ne consegue che ,da qualche tempo, infatti, la magistratura si è sostituita al potere legislativo  .

 

i due poteri, LEGISLATIVO ED ESECUTIVO, in verità, hanno perduto le loro prerogative costituzionali e il vuoto lasciato è stato colmato dal potere giudiziario.

 

Per tali evidenze, l’equo, il giudizio giusto, l’equilibrio e la misura non trovano più l’idonea applicazione.

 

Solo pochi uomini rimasti integerrimi ancora riescono a esprimere tali principi e a garantirne l’adeguata applicazione, ma tanto non è bastevole perché quando in uno Stato cessa ogni adeguamento alla Carta Costituzionale, quest’ultimo, non può definirsi libero e democratico.

 

Quando, a far da padrone, è solo il libero arbitrio che emerge in ogni ambito del sociale, non è garantita al cittadino alcuna equità e giustizia nell’ordinamento civile e penale.

 

 Quando tutti i cittadini sono depauperati dell’appellativo d’essere “Popolo Sovrano cessa lo Stato Democratico.”

 

Cari Fratelli, nei nostri ambiti, nelle nostre tornate di studio, i principi di uguaglianza e di libertà trovano spesso impiego nei nostri discorsi tanto da rappresentare una dipendenza dagli altri valori che inevitabilmente li devono detenere.

 

Non ci può essere Libertà se l’uomo è prigioniero del potere; non ci può essere libertà nell’uomo che non riceve tutela di uno Stato che, a sua volta, non riesce a garantire l’uguale o l’equo trattamento a tutti gli altri cittadini nel mondo del lavoro, della sanità, della giustizia.

V’è allora da chiederci se nel simbolo della bilancia possiamo vedere ancora quel simbolo zodiacale, dove la Giustizia deve identificarsi nell’equa misura, nella prudenza, nell’equilibrio.

 

Pertanto oggi, più che mai, dobbiamo ritornare all’uso della bussola per non smarrire la via maestra.

Il Massone, anche nei momenti più bui della storia dell'uomo,non si é mai perso d'animo. Non ha mai perso il coraggio, non ha mai cessato d’indossare l’abito scuro per non apparire diverso del proprio fratello. Non ha mai cessato di lottare per un’umanità migliore.

Egli, per ciò che è, deve rimanere sentinella, giammai d’incertezze, ma di azioni concrete perché la Patria e l’umanità hanno bisogno di lui.

 

Non dovrà mai allontanare dalla mente il concetto che, dopo la notte del dubbio e dell’angoscia, rispunta sempre l’alba della certezza nella forza della ragione e della verità e, perciò, deve continuare a battersi senza tregua per il trionfo degli ideali immortali in cui da sempre crede e che desidera estendere a tutti gli uomini di buona volontà.

 

Se è vero, com’è che la libertà non può esistere senza il substrato etico- culturale che è il medesimo sul quale si fonda la Giustizia, dobbiamo continuare nella nostra battaglia ovunque per il risveglio delle coscienze dall’appiattimento del conformismo, dall’inquinamento della corruzione e dell’ignoranza affinché chi giudica sia sempre garante dell’imparziale applicazione delle leggi e della tutela dei diritti di tutti.


Salvatore Casales


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11 febbraio 2016

Notiziario del compasso." I misteri Eleusini"

I MISTERI ELEUSINI

prima parte


                                          
 

di Alessandra Economo del Gruppo Mizar

Prima di iniziare a parlare specificatamente dei misteri Eleusini, è necessario innanzitutto situare i culti di mistero entro una tipologia che renda conto delle differenze ed affinità rispetto ad altri rituali.Sarà un’analisi ridotta all’essenziale, che risulta però necessaria per comprendere lo spirito dei misteri di Eleusi.


Una categoria molto generica fu proposta dallo studioso Van Gennep nel 1909: si tratta dei “riti di passaggio”, che sanciscono il passaggio da una condizione ad un’altra, e possono riguardare tanto la collettività che il singolo.

Solo per fare un esempio, si parla di riti di passaggio collettivi nel caso di riti di rinnovamento periodico della fertilità e della vita, con ritmo stagionale e quindi ciclico. Questi culti stagionali di fecondità si basano su un racconto “mitico”: la vicenda di una divinità, o meglio una coppia di dei, è la motivazione del rito e di ciò che esso celebra annualmente. Laddove il rito ripete annualmente ciò che è avvenuto una volta sola: è proprio il caso della vicenda di Persefone, di Attis, Adonis, Osiride, Dumuzi, tutti dei carat-terizzati non da una definitiva resurrezione, ma da una capacità “tornante”, definiti dei in vicenda, e “paredri”, ovvero partners, di una dea “stabile”: Demetra, Cibele, Afrodite, Iside, Inanna.

I riti di passaggio del singolo sanciscono momenti essenziali nella vita, come la nascita, le nozze, i funerali, che sono anch’essi passaggi da uno stato ad un altro. Tra i riti individuali vi sono i rituali di iniziazione, che implicano cioè un segreto, hanno un carattere esoterico, e differiscono da quelli prima citati proprio per questa loro con-notazione: il segreto iniziatico, condiviso da tutti i membri del gruppo, e solo da loro, costituisce il legame più specifico per contraddistinguerlo dalla massa dei non iniziati.

Ad esempio, di questi fa parte il rito di pubertà maschile, in cui alcuni giovani ricevono l’iniziazione dai più anziani, e tramite prove e riti si consacra il loro passaggio al gruppo tribale, implicante la possibilità di esercitare tutte le funzioni cui tale appartenenza dà diritto. Senz’altro più conosciute sono le società iniziatiche, che implicano una serie di iniziazioni e quindi l’accesso a gradi sempre più elevati di conoscenza; le società segrete, che sono un’evo-luzione delle precedenti e di certo più elitarie ed impenetrabili; le società di mestiere, o corporazioni, ed anche, in certo qual modo, l’iniziazione alla qualità di sciamano, benché essa non avvenga all’interno di un gruppo come tutte le altre. Queste poche righe non mirano ad esaurire il tema (che meriterebbe lunghi studi e fiumi di parole) ma solo ad inquadrare molto schematicamente alcuni rituali.

Ma è necessario ancora soffermarci sulla terminologia: derivando infatti dal greco mystes, ovvero iniziato, molti storici fanno del mondo greco ed ellenistico la culla dei culti misterici. Non va però dimenticato che sul ciclo morte-resurrezione si basavano anche i misteri di Iside ed Osiride, che, nati in Egitto, sono da molti considerati la vera matrice dei culti orfici e dionisiaci, di Attis e Cibele, di Adone ed Astante.

Tutti poi si diffusero nel mondo greco-latino. Siano i culti misterici di matrice egizia o greca, il termine mistico non può essere interpretato cristianamente come fuga dal molteplice e ricerca dell’Uno, come atteggiamento religioso in cui l’anima del fedele tende ad avvicinarsi a Dio. Per l’Ateniese significava interferenza tra due piani, quello umano e quello divino, con particolare riferimento agli dei mistici, che proprio per queste loro vicende di morte prima, e di ricomparsa poi, subivano un destino umano.

Il “fedele” che partecipava alle loro storie e diveniva familiare con essi, poteva godere di tutti quegli effetti benefici che scaturivano dalla risoluzione positiva della vicenda del dio. I culti di fecondità sono, dunque, culti mistici.

I culti misterici sono culti mistici in cui si aggiunge sia l’elemento dell’inizia-zione individuale, anche se nel contesto di un gruppo, sia la speranza di una beatitudine prima e dopo la morte.

A questo punto si può affermare che i Misteri Eleusini sono un culto mistico e misterico insieme. Pur esistendo altri culti di mistero che celebravano la rinascita annuale, quello di Eleusi aveva un ruolo privilegiato nella Grecia classica, anche perché costituiva un elemento aggregante notevole. Infatti, diversamente da altri riti, vi erano ammessi tutti, al di là dell’appartenenza sociale, purché parlassero la lingua greca e non avessero le mani macchiate di sangue umano. Si svolgevano annualmente in onore di Demetra e Persefone nella città di Eleusi, a circa 22 Km da Atene, dove folle di adoratori si riversavano, aiutati anche da un periodo di tregua di 55 giorni stabilito proprio per facilitare la partecipazione ai Misteri. Nonostante la condanna dei Padri della Chiesa, i Misteri, che si erano celebrati per 2000 anni, continuarono ancora per centinaia di anni dopo l’arrivo del Cristianesimo.

Il santuario di Eleusi fu chiuso nel 391 dall’imperatore Teodosio, la città distrutta nel 395 d.C. dai Visigoti. Prima di entrare nei dettagli, sarà bene far riferimento alle fonti in nostro possesso, tenendo conto che anche in quelle dei Padri della Chiesa, che naturalmente ironizzavano e denigravano i riti, trapelano notizie interessanti. E’ a queste fonti e agli scritti di autori pagani, più che reticenti, che dobbiamo inevitabilmente riferirci, mancando qualsiasi notizia certa circa la vera essenza dei misteri, cosa che d’altro canto sottolinea la loro fondamentale importanza proprio tacendone i segreti.

Come fonte principale partiamo dall’Inno a Demetra, attribuito ad Omero, ma scritto più tardi. Nonostante questo, un’analisi del testo, la cui datazione è incerta, di circa 495 versi, è doverosa. Oggetto dell’inno è il rapimento di Persefone (che i greci chiamavano Kore, o Fanciulla) da parte di Ade, la venuta di Demetra in lutto ad Eleusi, la liberazione parziale della figlia e l’istituzione dei riti eleusini. Il rapimento è descritto all’inizio: mentre Kore gioca con le Oceanine nella pianura Nisea, un meraviglioso fiore, un narciso, fatto nascere appositamente da Gaia, la Terra, la distrae. Nell’atto di raccoglierlo, la dea vede la terra aprirsi ed uscire il fratello di Zeus col suo carro. Ade la rapisce, e a nulla valgono le grida della fanciulla che, inascoltata, viene condotta negli Inferi. Demetra, sconsolata, la cerca invano, prendendo il lutto ed astenendosi dal nettare, dall’ambrosia e dal bagno (distaccandosi, quindi, dagli altri dei dell’Olimpo). Nel suo cercare, incontra gli unici due testimoni del rapimento, Ecate ed Helios, il quale le spiega ciò che è accaduto, esortandola a rassegnarsi al volere di Zeus, che ha dato a Kore un dio come sposo. Se non si rassegna come madre, quindi, Demetra dovrebbe rassegnarsi in quanto dea. Ma, al contrario, ella solidarizza con gli uomini: si reca presso di loro, pur mascherando la sua vera identità sotto le spoglie di un’anziana nutrice. Giunta ad Eleusi, incontra le figlie di Celeo, il re locale, che la conducono alla reggia, al cospetto di Metaneira, loro madre e regina. Questa le offre il trono, ma Demetra si siede su un rozzo sedile, più angosciata che mai, rifiuta il vino rosso offertole, e chiede il ciceone (bevanda di cui tratteremo più avanti). Accetta invece di occuparsi del piccolo figlio della regina, che alleva come fosse un dio, e tratta di notte con tutta una serie di rituali, quali l’unzione con l’ambrosia e l’immersione nel fuoco, allo scopo di renderlo immortale. Metaneira, scoper-to ciò che succede, è terrorizzata: dopo un’invettiva contro la sua stupidità che causerà al figlio la venuta della morte, Demetra si rivela e chiede che venga costruito un tempio in suo onore, dove insegnerà alla gente i suoi riti speciali. Poi scompare.

Ultimato il tempio, la dea vi prende dimora, e si rifiuta di riunirsi agli altri dei nell’Olimpo. E rifiuta di far germogliare i semi: segue un anno di carestia e di sofferenza tanto per gli uomini quanto per gli dei, che non hanno più sacrifici. Zeus deve intervenire e lo fa tramite la messaggera Iride, comandando a Demetra di riprendere le sue funzioni.

Ma l’arma di Demetra è proprio questa: lei può minacciare l’ordine prestabilito, ed in questo modo spinge Zeus a cedere alla sua richiesta di riavere con sé Persefone. A questo punto Zeus manda Hermes da Ade con la richiesta di riportare Kore a Demetra. Pur accettando, Ade ricorre ad uno stratagemma: fa mangiare a sua moglie un chicco di melograno, di modo che ella sarà costretta a passare un terzo di ogni anno con lui, in inverno, ed i due restanti terzi tra gli dei, risalendo alla luce in primavera. Demetra accetta e la pianura rifiorisce.

Il poema termina con l’invocazione delle due dee ed una promessa di ricchezza ai loro devoti, sia in questa vita che in quella futura:

“….E Demetra a tutti mostrò i riti misterici a Trittolemo e a Polissero, e inoltre a Diocle, i riti santi, che non si possono trasgredire né apprendere né proferire: difatti una grande attonita atterrita reverenza per gli dei impedisce la voce. Felice colui – tra gli uomini viventi sulla terra – che ha visto queste cose: chi invece non è stato iniziato ai riti sacri chi non ha avuto questa sorte non avrà mai un uguale destino, da morto, nelle umide tenebre marcescenti di laggiu’.”

La divinità oggetto del culto era in origine agraria. Tutta la civiltà cretese-egea venera la Potnia, ovvero signora, patrona, potente, ossia la terra, la Grande Madre, che dà la vita, e sperimenta la morte per poi tornare in vita; depositaria delle forze della natura e del ciclo vitale. E’ sempre raffigurata con una torcia alta nella sua mano, il fiore ancora chiuso, simbolo della virtù generante, e la melagrana matura, simbolo di fecondità e sessualità.

C’è un naturalismo di base, in cui le divinità sono ctonie, cioè connesse con la terra, la vegetazione, il suolo. Possiamo dunque dire che Demetra deriva dall’antica divinità delle trasformazioni, quella selvatica e misteriosa, che come la terra conosce una metamorfosi delle forme, la pausa e il risveglio, il nascere, morire e rinascere. Questa sua derivazione si evince anche dell’etimologia del nome, che alcuni fanno derivare

da DaMeter, dove Da sta per gea, ossia terra. La stessa radice si ritrova nel nome di Poseidone, fatto derivare da Poteidan, ossia marito di Da.

Infatti egli è marito di Demetra.Non si sa con certezza come e quando il culto agrario divenne rito misterico, ma, dal momento che i misteri eleusini venivano patrocinati dallo Stato, sicuramente rappresentavano qualcosa di molto pericoloso, tanto da doverlo controllare. In realtà si poteva controllare l’aspetto essoterico del culto, ovvero quella parte di esso che si svolgeva pubblicamente: la processione che, essendo visibile da tutti, quasi sottintendeva il carattere esoterico, occulto, quello che non era di dominio pubblico, ma appannaggio di pochi. Potremmo dire che il carattere volutamente luminoso della processione riproduceva il mito, mentre nel più totale segreto venivano svolte le iniziazioni.   


I MISTERI ELEUSINI seconda parte
di Alessandra Economo del Gruppo Mizar
        

Siamo giunti nel vivo dei misteri,che vedevano la presenza di vari personaggi.
I più importanti erano il Sommo Sacerdote o Ierofante,l’unico che entrava nella stanza segreta,
dove erano custoditi gli oggetti sacri,
o Hiera, che officiava le parti più solenni dei riti,aiutato dalla Sacerdotessa.
Colui che portava la fiaccola era il Dadouchos,
che purificava chi ne aveva bisogno,
aiutato dalla dadouchosa, sua assistente,
con cui provvedeva agli effetti luce durante la celebrazione.
C’erano, inoltre, dei personaggi minori: dall’araldo ufficiale, o Hieorokeryx,
che richiamava al silenzio,
al Prete che officiava i sacrifici animali, ed altre sacerdotesse,
alcune delle quali prendevano parte al dramma inscenato,
altre forse portavano gli oggetti sacri in processione.
La celebrazione prevedeva due fasi:
i Piccoli e i Grandi Misteri. I Piccoli Misteri...

... si svolgevano nel mese dei fiori Anthesterion (febbraio-marzo), e celebravano la nascita della natura, ovvero il ritorno di Kore sulla terra.

Si svolgevano ad Agrai, sobborgo di Atene, sulle rive del fiume Illisso.

Della durata di tre giorni, essi preparavano, purificando, ai Grandi Misteri, tramite meditazioni, preghiere, atti di penitenza, sacrifici, alla fine dei quali gli iniziandi, ossia i mystes, si coprivano il capo. Ciò ad indicare che, pur avendo intrapreso il cammino verso la suprema conoscenza, non ne avevano ancora scoperto il segreto.

Il tutto avveniva sotto la direzione di un mistagogo, che li istruiva anche sui miti che narravano le vicende delle due dee.

I Grandi Misteri avevano luogo nel mese di Boedromion (settembre-ottobre) e duravano 9 giorni, dal 15 al 23; ogni giorno gli iniziati seguivano una serie di azioni rituali. I primi giorni erano preparativi: i sacerdoti trasferivano gli oggetti sacri da Eleusi all’Eleusinion, recinto sopra l’agora; qui, sotto la guida di un mistagogo si riunivano i partecipanti, cui uno ierofante (ovvero “colui che mostra” o “dice le cose sacre”) dava istruzioni.

(Clemente distingue tre fasi nei Misteri: le cose dette o “legomena”, ovvero le istruzioni date dal mistagogo, le cose mostrate, o “deiknymena, e le cose fatte, ossia “dromena” che alcuni ritengono fossero la rappresentazione del dramma delle due dee, mentre altri pensano che somigliassero ad una danza rituale, come quella labirintica di Delo, la quale avrebbe prodotto uno stato di trance e comunione estatica con le dee).

Era questa la fase in cui quelli che non parlavano il greco o erano impuri venivano esclusi.

Poi aveva luogo la prima fase della cerimonia, che consisteva nella purificazione sulle rive del mare dalla parte del Falero, al grido di “iniziati, al mare”, dove ogni iniziato, con il suo personale tutore, recava un maialino lattante, anch’esso lavato nell’acqua, e poi sacrificato. Da questo momento era imposto il digiuno.

Gli iniziati si riposavano per due giorni, continuando a meditare. Poi c’era la seconda fase, ovvero la grande processione da Atene ad Eleusi, lungo la Via Sacra, con previa sosta sull’Acropoli, seguendo un carro con la statua di Iacco (identificata con Dioniso) e gli altri oggetti sacri, il tutto sempre accompagnato da canti e danze.

Ogni tappa del percorso si rifaceva al mito. Lungo il percorso, veniva attraversato il ponte sul fiume Kephysios, che divideva i territori di Atene da quelli di Eleusi.

Esso rappresentava simbolicamente il passaggio dalla terra dei vivi a quella dei morti. Si dice che qui gli iniziati subissero alcuni scherzi osceni, forse a memoria di quelli che l’anziana serva Iambe fece a Demetra nel tentativo di farla sorridere (INNO).

Giunta la sera del 19, aveva luogo l’iniziazione di primo grado, in cui si riproponeva il dramma di Demetra e Persefone, con il daduco, portatore principale della fiaccola, ad impersonare Demetra, i suoi lamenti e la sua disperazione per la perdita della figlia, e tutti gli iniziati dietro di lui correvano, intrecciandosi ed agitando le fiaccole intorno al Pozzo Sacro, lo stesso presso cui Demetra si fermò.  

 Il pozzo era situato all’angolo dei Grandi Propilei, tramite cui si giungeva ai Piccoli Propilei, che conducevano nel sacro recinto, dove solo gli iniziati, pena la morte, avevano accesso. 

La rappresentazione ed il digiuno terminavano con l’assunzione del Kykeon, ossia ciceone, la stessa bevanda che Demetra chiede nell’Inno. C’è grosso disaccordo circa la funzione e la composizione di tale bevanda. Alcuni ritengono fosse composta di acqua, farina e foglie di menta; Karl Kerényl ritiene si trattasse di birra, bevanda dei morti dell’Egitto antico; altri ancora parlano di una mistura fatta di acqua, farina, formaggi, erbe, miele e vino. Stando all’Inno a Demetra, in verità essa non avrebbe dovuto contenere sostanze alcoliche, dato che la dea rifiuta il vino, mentre risulta chiaro che la farina, quindi il grano, era l’elemento essenziale da ricollegarsi a Kore e alla sua vicenda.

Vi è poi l’ipotesi di Wasson circa la presenza di un fungo allucinogeno, appoggiata anche dal fatto che Kore viene rapita nell’atto di cogliere un narciso, “narkyssos”, fiore allucinogeno da cui deriva il termine narcotico. Anche Campbell parla dell’ergot, appunto un fungo allucinogeno contenuto nei cereali. Queste sostanze, che se assunte in determinate dosi hanno proprietà lisergiche, avrebbero potuto provocare la “visione”. Questa ipotesi risulta plausibile, data l’enorme quantità di cerealiformi in tutta la zona, ed anche perché da questo fungo poteva essere estratto un alcaloide idrosolubile, con bassa tossicità, ma elevata psicoattività. Inoltre, molte fonti parlano di sudorazione fredda, nausea, ansia, vertigini, tremori, tutti ascrivibili a tale sostanza.

Robert Graves ipotizzò che esso contenesse un fungo, che però è tipico solo delle zone nordiche, ricavando dalle iniziali della bevanda (minthaion, udor, kukomeon, alphitois) il termine myka, cioè l’accusativo arcaico di fungo.

Circa la sua funzione, qualcuno associa l’assunzione del ciceone con l’Eucarestia, indicando una comunione mistica con la divinità, data anche l’assenza di carne, mentre altri negano del tutto il suo valore sacramentale.

Entrati nel sacro recinto del Teleste-rion, gli iniziati dovevano pronunciare una specie di parola d’ordine, che gli consentiva l’accesso al rituale.

Secondo Clemente di Alessandria le parole pronunciate erano le seguenti:

“Ho digiunato; ho bevuto il ciceone; ho preso dalla cesta, dopo aver maneggiato ho riposto nel canestro, e dal canestro nella cesta.” Questa frase così oscura sembra poter alludere ad un simbolismo sessuale, idea che si rafforza dall’uso del termine “orghia” all’inizio dell’Inno. Ma questo termine deriva da ergon=opera, e si riferisce piuttosto all’azione dei partecipanti, e forse alla manipolazione degli oggetti sacri posti nella cesta, che li rendeva figli della divinità, compartecipanti alla sua gioia, come prima lo erano stati del suo dolore.  

  Vi era poi l’iniziazione di secondo grado, in cui i pochi eletti spegnevano le fiaccole e attendevano in sacro silenzio l’unione tra Demetra e Zeus, nelle persone dello ierofante e ierodula, che si appartavano; il Sacerdote tornava allora con una spiga nella mano, che stava ad indicare il Figlio di quell’unione, la nascita di una nuova vita, ossia la rinascita dell’iniziato. Solo agli epoptai era concesso sapere ciò che

invece i mystes ignoravano, rimanendo essi fuori dal tempio.

Nonostante i Padri della Chiesa insistettero sull’aspetto orgiastico dei misteri, fu proprio Ippolito a ricordare che “..gli Ateniesi, nell’iniziazione di Eleusi, mostrano a coloro che sono ammessi al grado supremo (epo-pteuosi) il grande e mirabile e per-fettissimo mistero (mystêryon) visio-nario (epoptikon) di là: la spiga di grano mietuta in silenzio.

Lo ierofante in persona…che si è reso impotente con la cicuta e si è staccato da ogni generazione, ….di notte, ad Eleusi, in mezzo alla luce delle fiaccole, nel compiere il rituale dei grandi ed ineffabili misteri, grida ed urla proclamando:

“Brimò Signora ha generato il sacro fanciullo Brimòs…”

Questo figlio simbolico forse era Iacco, forse Pluto, nato da Demetra e Giasone, o forse Dioniso, figlio di Persefone e Zeus. Ogni interpretazione viene complicata proprio dall’evolversi dei culti di Eleusi nell’arco di circa 2000 anni. Aldilà dell’evidente denigrazione di Ippolito, otteniamo dati importanti: la spiga è simbolo di vita e fecondità, e viene generata da un’unione sacra che è solo simbolica, cioè senza contatto carnale. Quindi, escludendo il carattere sessuale dei misteri, e certi di non sapere cosa realmente l’iniziato “vedesse”, sappiamo con certezza che in lui le cose mostrate e viste ope-ravano una reale trasformazione, che la visione, o epopteia, era un’espe-rienza che mai avrebbe scordato. L’idea che la visione sia l’apice dei misteri, ci fa capire quanto essi non fossero un insegnamento, qualcosa che si poteva apprendere e relegata al senso dell’udito, ma fosse piuttosto la contemplazione, la rivelazione di un qualcosa che era “visto”.    

 

http://www.ilcalderonemagico.it/ruotanno_MisteriEleusini.html

 


Fonte: http://www.ilcalderonemagico.it/ruotanno_MisteriEleusini.html


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permalink | inviato da Aaronn il 11/2/2016 alle 17:44 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


19 gennaio 2016

Notiziario del compasso: *Il Maestro Venerabile, Ieri e oggi*

 

Il Maestro Venerabile.

Ieri e oggi

 

         

 

 

Il Venerabile Maestro;

 

Sembrerebbe un appellativo tanto reverenziale, quanto irritante, per chi non concorda la relazione con l’arte della libera muratorìa.

 

Di certo c’è che, l’origine del titolo di venerabile maestro, deriva da molto lontano con riferimenti che, nel tempo, pur esaltando e attribuendole qualificazione, diventa funzione elevata di un soggetto, che emerge per sapienza, maestria e saggezza, al vertice di una loggia che presiede e governa.

 

Inevitabilmente è la storia ad avere assegnato un tempo in cui s’intese elevare l’uomo a tale dignità che ha una sua origine e un suo precipuo compito.

Non c’è alcun dubbio, epperò, che tal epiteto si rifaccia a quell’arte regale per eccellenza che si volle essere protetta dai re e dai potenti della terra che, in alcuni paesi come l’Inghilterra e la Germania di allora e tuttora, é attribuita alla massoneria.

Arte Regale esercitata in un alone misterioso, anche su mandato di vescovi e pontefici, che circondava le corporazioni di quel tempo storico, (1300-1400) che, ebbero il precipuo scopo di invadere l’Europa di quei simboli distintivi che rappresentassero il potere indiscutibile del cattolicesimo, all’epoca contrastato dal protestantesimo imperante.

 

Giova ricordare anche che fin dai tempi di Autari, (584), già esistevano in Italia, le compagnie dei Maestri Comacini che esercitarono l’architettura lombarda fino al tredicesimo secolo e che, assieme ai monaci benedettini, insegnarono anche in altri paesi, la scienza e l’arte di costruire quelle grandi cattedrali e i monasteri che a tutt’oggi ci mostrano, con la loro testimonianza in uno splendore immaginifico, il potere del cattolicesimo di quell’epoca.

 

Per ciò, avendo quei monaci assunto varie commesse, bisognosi di personale sempre più numeroso, furono indotti a educare e qualificare allievi anche fra i non religiosi.

Solo i monaci, precipuamente i benedettini, così preposti all’insegnamento delle regole e dei primi elementi dell’arte, furono chiamati venerabili in quando sacerdoti e maestri perché i soli a impartire l’insegnamento dell’arte.

 

Solo dal tredicesimo secolo in poi, gli allievi lavoratori della pietra, fra i più che intesero l’arte, ma che in vero avevano assunto la conoscenza della costruzione, stanchi di permanere sottomessi ai loro capi monastici, si organizzarono in un organismo, facendo proprie le regole di costruzione dell’arte gotica della quale, ne avevano scoperto i segreti . (1)

 

Questo corpo nascente, epperò si distinse dal precedente corporativismo perché i compagni, facenti le veci di maestri, resero partecipi gli apprendisti , dei segreti dell’arte e, ritenendoli  uguali a loro, iniziarono a chiamarli fratelli.

 

Questo nuovo gruppo di lavoro richiedeva che i compagni più abili e cognitori dell’arte fossero incaricati di sorvegliare e sovrintendere ai lavori più importanti e che divenissero così dei vice maestri, addetti alla direzione limitata a determinati lavori. Il loro insegnamento non era solo riferito all’opera tecnica della costruzione, ma assumeva carattere morale e religioso.

Una religiosità che, dagli adepti era assunta autonomamente e che era riferita ai simboli tali da rientrare nell’ortodossia cattolica.

Come dai capi mastro si sia giunti al non facile titolo da conseguire, è deducibile dal fatto che solo i più dotati intellettualmente e soggetti a selezioni severe, solo dopo anni, erano gratificati ad assurgere alla dignità di Maestro Venerabile.

 

Da tanto, ne derivò che dovendosi conservare i segreti dell’arte dell’elevazione, agli aspiranti desiderosi di intraprendere l’arte fu richiesto di essere uomini liberi e di buoni costumi. (2)

Liberi, di non essere costretti a comunicare i segreti del mestiere, di buoni costumi, perché una vita disordinata poteva condurre alla disarmonia del gruppo.

 

Nel determinarne le peculiari caratteristiche, le corporazioni sorte di ogni loggia si diedero delle regole in seno al gruppo di lavoro.

I Fratelli più capaci, in particolari riunioni che si tenevano nelle logge, dai compagni vice maestri erano scelti una volta l’anno per dirigere l’officina con il titolo di Maestro Venerabile.

Questi, a sua volta, era aiutato da due vice maestri, che assumevano il titolo di sorveglianti, scelti fra i compagni più esperti nell’arte della costruzione con il compito di sorvegliare il lavoro degli apprendisti; Il primo sorvegliante d’istruire questi ultimi, il secondo sorvegliante, di sorvegliare i compagni.

 

Questa, la più concreta motivazione che si attribuì al titolo di “Maestro Venerabile, ” designato per la sua età, viepiù per le sue competenze tecniche, apprezzato per sapere dirigere l’opera e per imprimere quel concetto d’uguaglianza, di fratellanza attorno al gruppo di lavoro, reso libero dai condizionamenti di potere e di rivelare i segreti dell’arte.

L’evoluzione che l’istituto muratorio ebbe, in epoca successiva, animato dalla volontà della sopravivenza, nel tempo, mutò gli scopi iniziali (pedamentali) e formativi della libera muratorìa che, tradotti alla nostra conoscenza, sono riportati in ogni testo, in cui ci é descritta la storia dell’arte delle grandi costruzioni e dei rituali distinti per grado.

 

Nonostante, epperò, la Libera Muratorìa fosse stata soggetta all’evoluzione radicale del sistema, non mutò, nel tempo, né venne meno il significato che si continuava a dare al titolo del Venerabile Maestro. Ne fu testimonianza, insieme ai tanti ordini susseguitisi, l’avvento dell’Ordine dei Templari.

 

Nella loro storia, non sempre chiara, si narra, come continuasse ad esistere la figura di un Venerabile Gran Maestro eletto esclusivamente dai monaci, i quali gli tributavano completa obbedienza e alcuno di loro poteva portare mutamenti alle leggi del Maestro.

La società, intanto, faceva il suo corso e il percorso dei muratori mutava repentinamente la propria filosofia operativa in quella speculativa, a causa di molteplici motivi, dovuti alla carente acquisizione di nuove commesse.

 

Il direttore che sovrintendeva alla costruzione di ieri … titolato a essere nominato Maestro Venerabile … ancora oggi, permane essere quel soggetto scelto da una loggia che, per anzianità senno ed equilibrio, sovrintende alla costruzione di un tempio.

Non c’è più l’edificio da costruire e/o da restaurare materialmente, ma quello interiore da modellare nell’uomo che aspira a tramutare in conoscenza l’azione, l’opera di restauro per il miglioramento del proprio se e di quello dell’umanità. 

 

Come in un tempo non definibile nella sua interezza, ancora oggi, il collegamento con il passato muratorio definisce sacra l’autorità del Maestro Venerabile.

 

Nella nostra epoca e, soprattutto nei giovani, può far sorridere chi, effettivamente sconosce la realtà filosofica della Muratorìa, perché, un semplice adepto o un apprendista non ancora in possesso degli arnesi dell’arte vede in essa un contrasto con i principi di libertà, d’uguaglianza e di democrazia .

 

Solo chi ha maturato anni di lavoro, di esperienze, di adattamento alla fraternità, ma soprattutto chi si è elevato iniziaticamente, vede nel Venerabile Maestro, quella figura pragmatica, giammai vestita di un autoritarismo profano, ma d’un iniziato fra iniziati, nella figura del quale, si concentrano quei valori e quei principi che egli esprime come simbolo entro i confini dettati dai doveri e dai regolamenti dell’ordine dei liberi muratori.

 

Egli pertanto é investito di una dignità personale che gli conferisce poteri e prerogative.

Nell’azione del nostro tempo, il Maestro Venerabile ha funzione sacerdotale e didattica; amministrativa ed assistenziale. Si pone al centro della vita e dell’organizzazione della loggia.

Subisce un’investitura attraverso la quale il predecessore gli trasferisce un’influenza spirituale che solo uomini in possesso di una certa capacità misterica riuscirono a trasmettere da uomo ad uomo, tanto che il tempo e l’uomo iniziato si è prestato quale mezzo di collegamento di una catena d’unione che mai dovrà interrompersi per propria volontà e tanto avviene attraverso il rito dal quale emerge il passaggio dei poteri specifici della natura iniziatica muratorìa da uomo ad uomo, dal maestro insediante a quello insediato.

 

Sono questi poteri basilari di una società iniziatica che ne costituiscono l’alter ego; cioè un altro se, una seconda personalità all’interno dello stesso soggetto che utilizza il testimone simbolico che gli è stato trasmesso.

 

Poteri che lo autorizzano a conferire l’iniziazione, assieme alle due luci, di fare uscire dalla profanità l’uomo inscritto nel cerchio della profanità e indirizzarlo nel suo perfezionamento interiore.

 

Il Venerabile Maestro, consacrato così a tale dignità, è pronto a salire i sette gradini che lo indicano al suo scanno a oriente e dal quale, con saggezza e con una visione collettiva della conoscenza dei fratelli di loggia, li governa, imponendo loro la via da seguire e, necessitandone il caso, la sua autorità.

 

Funzione alquanto difficile quest’ultima perché non deve mai dimenticare di essere il primo fra pari e, conseguentemente, agire in modo da ottenere da tutti i fratelli obbedienza ,ma sensa incideresulla loro sensibilità.

 

Egli è come un direttore d’orchestra che decide sul miglior suono, amministra e governa, gli orchestrali, ma non da despota e, quando determinate situazioni emergono fuori dalla normalità si consulta con le “Luci”, nei casi più gravi, riunisce i fratelli nella camera di mezzo pur rimanendo responsabile di ogni soluzione finale.

 

E’ ben noto che la massoneria è una scuola di vita e il M.V. le è il direttore di questa scuola che oggi esprime non solo didattica, la migliore esecuzione dei rituali, non solo l’adeguamento al continuo sviluppo, attraverso la ricerca, della conoscenza esoterica e iniziatica, o della storia della massoneria, ma esprime l’armonia di un insieme solidale.

 

La Massoneria è un’officina, in cui si forgia la statura del massone perché trasmetta nel sociale, comportamenti adeguati di un iniziato, d’un uomo libero non soggetto a condizionamenti, in fede propriamente ai principi iniziali dei primi costruttori dell’arte.

 

Il Maestro Venerabile, che oggi è a capo d’ogni singola loggia, non ha solo ruoli istitutivi e culturali ma di attenzione a un proselitismo che sia mirato verso Uomini che hanno in desiderio di scrollarsi le scorie profane.

Cura che gli aumenti di salario siano dati a fratelli meritevoli di avere bene appreso l’arte, pone tutta la sua esperienza affinché nella loggia ogni atto festoso non abbia a svolgersi con la solennità di una mera cerimonia, ma esprima la solennità di un rito essenzialmente iniziatico.

 

Egli é un iniziato, che materializza le sue esperienze, esaminando, nel concreto, le attitudini dei fratelli, lo stato comportamentale e di turbamento d’ogni fratello al fine di alleviare le sue pene e perché il suo lavoro non produca nocumento all’Istituzione muratorìa o alla sua stessa costruzione interiore.

 

Soprattutto è un uomo il cui valore è commisurato al processo di crescita interiore di tutti i fratelli che esalteranno lo sviluppo e il distinguo di un’intera loggia di obbedienza, quando serberanno di lui quella memore eredità che si mantiene solo per gli uomini di desiderio, per quei Maestri che, nel trasmettere amore, saggezza e umiltà, hanno prodotto così il bene dell’uomo e dell’intera umanità; Progetto lusinghiero cui tende oggi la libera massoneria nel mondo.

 

Note:

 

( 1 )       A tale riguardo, giova ricordare come i massoni, a tutt’oggi e con riferimento all’acquisizione dell’aumento di salario al grado di “maestro,”  fanno riferimento di tale atto, riconducendolo alla leggenda Hiramita delle sacre scritture.

 

( 2 )      Gli Old Charges, al III° Capitolo (relativo alle Logge) dichiarano: Coloro che sono ammessi ad esser membri di una Loggia devono essere persone di buona reputazione, compresi d’onore e di ragione, nati liberi e d’età matura ed essere discreti. Essi non devono essere né schiavi, né donne, né uomini che vivono senza morale o in modo scandaloso.

Nell’ordine massonico Italiano, giova ricordare, la carica di M.V. è incompatibile con quelle di membro la Giunta del Grande Oriente d'Italia di cui al successivo art. 34, di Consigliere dell'Ordine, di Grande Architetto Revisore, di Ispettore di Loggia, di Giudice del Tribunale Circoscrizionale e di Giudice della Corte Centrale (Art. 20 della Costituzione dell'Ordine).

 

 

      Salvatore Casales ...

 


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30 dicembre 2015

Notiziario del compasso: Nel solstizio, un nuovo anno.